Arte sotto sorveglianza: la Bielorussia invisibile alla 61ª Biennale di Venezia

Tra i progetti collaterali più intensi e politicamente urgenti emerge Official. Unofficial. Belarus., presentato dal Belarus Free Theatre.

Allestita nella Chiesa di San Giovanni Evangelista, nel sestiere di San Polo, la mostra – visitabile dal 9 maggio al 22 novembre 2026 – si configura come un’esperienza immersiva e multisensoriale che affronta una questione cruciale: cosa significa fare arte in un regime autoritario?

Una cultura fuori dallo Stato

Curata da Daniella Kaliada insieme a Natalia Kaliada, la mostra restituisce il ritratto di una cultura costretta a esistere ai margini, tra censura, esilio e clandestinità.

Dal 1994, anno di inizio del regime di Alexander Lukashenko, molti artisti bielorussi sono stati costretti a lasciare il Paese o a operare sotto minaccia costante. In questo contesto, l’arte non è solo espressione, ma resistenza.

Il progetto si inserisce in una genealogia che attraversa figure come Marc Chagall, Chaïm Soutine e Nadia Khodasevich-Léger, fino alle pratiche samizdat e alle mostre clandestine dell’epoca sovietica.

Un’esperienza sensoriale totale

La mostra costruisce una vera e propria “zona crepuscolare” tra spiritualità e controllo politico, attivando tutti e cinque i sensi.

All’interno della chiesa, le opere ridefiniscono il linguaggio sacro:

  • Sergey Grinevich interviene sulle pale d’altare, trasformandole in riflessioni sulla fine della privacy
  • Olga Podgayskaya compone Suoni di Silenzio, una partitura per organo che alterna tensione e vuoto
  • Nicolai Khalezin presenta una sfera di libri proibiti compressa da un artiglio meccanico, simbolo della censura sistemica

Tra le opere più emblematiche, Surveillance Crucifix — una croce composta da telecamere analogiche — introduce la sorveglianza nello spazio sacro, dissolvendo il confine tra osservatore e osservato.

Sorveglianza e interiorizzazione del controllo

Il percorso prosegue con installazioni che coinvolgono direttamente il visitatore. In Confessional of the System, il dispositivo confessionale diventa uno spazio di confronto biometrico: il controllo non è più solo imposto, ma interiorizzato.

Nel cimitero adiacente, le testimonianze di ex prigionieri politici — doppiate da figure come Gillian Anderson, Stephen Fry e Jude Law — restituiscono il trauma della perdita della casa e dell’identità.

Le sculture di Vladimir Tsesler trasformano simboli della tradizione popolare bielorussa in strutture metalliche rigide, evocando la trasformazione della cultura sotto pressione politica.

Tra rituale e privazione

L’esperienza si estende anche al gusto: lo chef Rasmus Munk propone una performance culinaria che riflette sulla privazione vissuta dai detenuti politici.

L’olfatto viene coinvolto attraverso una fragranza disturbante — “L’odore della dittatura” — sviluppata con lo studio ucraino ol.factory, mentre il gesto di accendere una candela diventa atto simbolico e politico.

Arte come testimonianza e infrastruttura di memoria

Official. Unofficial. Belarus. non è solo una mostra, ma un dispositivo complesso che mette in discussione il ruolo dell’arte in contesti di repressione.

Attraverso installazioni, suoni, testimonianze e rituali, il progetto costruisce uno spazio in cui la cultura sopravvive fuori dalle strutture ufficiali, diventando archivio vivente e atto di resistenza.

In un momento in cui la libertà artistica è nuovamente sotto pressione in molte parti del mondo, questo progetto alla Biennale di Venezia ci ricorda che l’arte può ancora essere un luogo di conflitto, memoria e possibilità.

foto in copertina: Sergey Grinevich, Daniella Kaliada, Natalia Kaliada MBE e Olga Podgayskaya, 2026. Foto: Francesco Barasciutti.


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Caption

Una mostra che non si limita a essere vista, ma si attraversa con tutti i sensi.
Official. Unofficial. Belarus. alla Biennale di Venezia mette in scena una cultura costretta a esistere fuori dallo Stato, tra censura, sorveglianza e resistenza.

Un’esperienza immersiva che trasforma lo spazio sacro in un campo di tensione politica, dove l’arte diventa testimonianza e atto di sopravvivenza.