La Biennale, divertenti relazioni collettive e di cura al Padiglione del Giappone

Tra i padiglioni più sorprendenti e anche tra i preferiti di noi di PiuVolume, della Biennale Arte 2026 c’è sicuramente quello del Giappone. Entrando nel Padiglione Giappone, non ci troviamo in una mostra tradizionale, ma siamo circondati da centinaia di bambolotti da prendere in braccio, trasportare, accudire e perfino cambiare.

Con Grass Babies, Moon Babies, l’artista Ei Arakawa-Nash trasforma infatti il padiglione in un’esperienza partecipativa costruita attorno alla cura, alla genitorialità queer e al lavoro invisibile dell’accudimento. Il progetto, commissionato da The Japan Foundation, è curato da Takahashi Mizuki e Horikawa Lisa. 

I bambolotti non sono semplici oggetti scenici

Il cuore del progetto sono circa 200 bambole-bebè distribuite nello spazio del padiglione. Ad ogni visitatore viene affidato un bambolotto da prendere in braccio e portare con sé attraversando il giardino, i pilotis e gli spazi interni dell’edificio. Ma il gesto, apparentemente semplice, diventa rapidamente qualcosa di più complesso.

Le bambole hanno infatti il peso reale di un neonato e costringono il corpo del visitatore a confrontarsi fisicamente con il tema della cura. Non sono sculture da osservare a distanza: diventano presenze da gestire, sostenere e proteggere. 

L’intero progetto nasce dall’esperienza personale dell’artista, diventato genitore di due gemelli nel 2024 insieme al proprio partner. Per Arakawa-Nash, la cura non è solo una dimensione emotiva, ma una struttura politica e sociale storicamente attribuita alle donne e spesso invisibilizzata. 

Pannolini, QR code e “diaper poems”

L’esperienza culmina in una sorta di divertita performance collettiva: i visitatori cullano, coccolano, e sono invitati a cambiare il pannolino delle bambole. Ogni bambolotto possiede inoltre un QR code che genera una breve “diaper poem”, una poesia digitale collegata alla data di nascita assegnata al bebè. 

Queste date non sono casuali. Alcune fanno riferimento a eventi storici, questioni sociali e memorie legate alle minoranze in Giappone e oltre il Giappone. In questo modo il gesto privato dell’accudimento viene collegato a una dimensione politica e collettiva. 

Le bambole diventano figli simbolici, discendenti futuri, testimoni storici, ma anche strumenti attraverso cui rallentare il ritmo frenetico della Biennale.
Più che guardare opere, qui si è chiamati a prendersi cura di qualcosa.

Un padiglione queer e post-identitario

La scelta del Giappone appare significativa anche dal punto di vista politico e simbolico. Arakawa-Nash, nato a Fukushima ma residente a Los Angeles, rappresenta infatti una figura diasporica e queer raramente centrale nella storia del padiglione nazionale giapponese. 

Il progetto lavora quindi su identità ibride e modelli familiari non normativi, sfumando continuamente il confine tra:

  • performance e vita quotidiana,
  • spazio pubblico e intimità,
  • installazione e coreografia collettiva.

Anche l’architettura modernista del padiglione viene reinterpretata come uno spazio mobile e relazionale. Secondo l’artista, il progetto si ispira al concetto di “mobilità” elaborato dall’architetto Yoshizaka Takamasa, autore del Padiglione Giappone ai Giardini. 

Una delle opere più umane della Biennale

In una Biennale attraversata da tensioni geopolitiche, intelligenza artificiale e scenari post-umani, il Giappone sceglie un linguaggio quasi opposto: quello della vulnerabilità, del contatto fisico e della dipendenza reciproca.

Il risultato è uno dei padiglioni più stranianti della mostra: silenzioso, tenero, a tratti persino imbarazzante.
Perché costringe il pubblico a fare qualcosa che nelle mostre normalmente non si fa mai: prendersi cura.

Link ufficiali

Japan Pavilion Official Website

La Biennale di Venezia – Arte 2026

Bambolotti da prendere in braccio, pannolini da cambiare e poesie generate da QR code.
Con Grass Babies, Moon Babies, il Padiglione Giappone alla Biennale Arte 2026 diventa un’esperienza partecipativa sulla cura, la genitorialità queer e il lavoro invisibile dell’accudimento.

L’artista Ei Arakawa-Nash trasforma il pubblico in una comunità temporanea di “caregivers”, rallentando il ritmo della Biennale attraverso un gesto semplice ma profondamente politico: prendersi cura di qualcun altro.

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