Spaesamento, pantopia e infrastruttura climatica nel Museo degli Alberi (EMoT)

Pubblichiamo qui di seguito il testo con il quale abbiamo concorso alla call for papera indette dalla rivista Vesper

Abstract (ita)

Il Museo diffuso degli Alberi – EMoT (European Museum of Trees), attivo a Roma dal 2024, ridefinisce l’istituzione museale assumendo alberi urbani come patrimonio vivente nello spazio pubblico. Superando il museo come dispositivo disciplinare fondato sulla stabilizzazione dell’oggetto, EMoT espone l’istituzione alla temporalità biologica e alla vulnerabilità del vivente. Attraverso mappatura geolocalizzata e podcast in progress, il progetto attiva una curatela diffusa e plurale: l’albero è trattato come attante urbano, capace di incidere su clima, percezione e pratiche di cura. Lo spaesamento diventa condizione generativa e si traduce in azioni, responsabilità e conoscenza situata.

Abstract (EN)

The Museo diffuso degli Alberi – EMoT (European Museum of Trees), active in Rome since 2024, redefines the museum institution by treating urban trees as living heritage in public space. Moving beyond the modern museum as a disciplinary device that stabilises objects, EMoT exposes the institution to biological temporality and vulnerability. Through geolocated mapping and progressive podcasts, the project develops a distributed, plural curatorial model: the tree is approached as an urban actant shaping climate, perception and practices of care. Estrangement becomes a generative condition that turns into situated knowledge and shared action.

1. Dal contenitore al metabolismo

Il Museo diffuso degli Alberi – EMoT (European Museum of Trees), attivo a Roma dal 2024 e sostenuto dal Ministero della Cultura e da fondi NextGenerationEU, nasce da una ridefinizione dell’istituzione museale. Non è un museo all’aperto né una semplice estensione dello spazio espositivo nello spazio urbano. Opera uno spostamento ontologico: il museo non è contenitore ma metabolismo. Il patrimonio non è costituito da oggetti, ma da alberi urbani, organismi viventi situati nello spazio pubblico, esposti alla crescita, alla vulnerabilità, alla trasformazione.

EMoT è gratuito, accessibile tramite app e sito web, multilingue, e si articola in dodici snodi urbani distribuiti nel centro storico di Roma. Ogni tappa connette dati ambientali, contributi scientifici e narrazioni culturali, configurando un dispositivo curatoriale diffuso che si attiva nello spazio pubblico senza barriere d’ingresso. L’istituzione non si concentra in un edificio, ma si distribuisce nel tessuto urbano, rendendo il museo esperienza attraversabile e inclusiva.

Il museo moderno, come ha mostrato Tony Bennett¹, si configura come dispositivo disciplinare: organizza lo sguardo, stabilizza il sapere, costruisce cittadinanza. L’oggetto musealizzato viene sottratto al flusso del tempo per essere ordinato e reso leggibile. EMoT si colloca su una traiettoria divergente. Non organizza oggetti ma relazioni; i significati non vengono fissati, ma restano esposti alla variabilità ecologica. Se, come sostiene Eilean Hooper-Greenhill², il museo contemporaneo tende a divenire spazio dialogico, EMoT radicalizza questa trasformazione sciogliendo la coincidenza tra istituzione ed edificio.

Qui si attiva una forma di ostranenie nel senso indicato da Viktor Šklovskij³: non distacco dal mondo, ma intensificazione percettiva. L’istituzione viene esposta alla temporalità biologica. L’albero cresce, perde foglie, si ammala, viene potato, talvolta scompare. Il museo non sottrae al tempo: lo attraversa.

Il patrimonio non è più bene immobilizzato, ma relazione tra vivente, clima, suolo, comunità e infrastrutture urbane.

2. Invertire la gerarchia urbana

EMoT propone di leggere la città a partire dai suoi alberi. L’architettura non è più figura dominante e il verde non è più sfondo decorativo. La città viene reinterpretata come ecosistema termico e biologico.

Nel contesto dell’aumento delle temperature urbane, l’albero non è ornamento né semplice oggetto di tutela. È infrastruttura climatica: produce ombra, regola l’umidità, assorbe CO₂, ospita biodiversità. Ciò che era marginale diviene condizione di abitabilità.

L’inversione è anche corporea. Studi sull’urban health mostrano come la presenza di alberi influisca su stress, qualità del sonno e coesione sociale. La “regola del 3–30–300” suggerisce che ogni abitante dovrebbe vedere almeno tre alberi dalla finestra, vivere in un quartiere con il 30% di copertura arborea e avere accesso a uno spazio verde entro 300 metri. L’albero diventa dispositivo di benessere.

Questa prospettiva richiama la nozione di “attante” elaborata da Bruno Latour⁴. L’albero non è elemento passivo ma soggetto nella rete urbana: incide sulle condizioni ambientali e percettive. Assumerlo come nodo curatoriale significa redistribuire l’azione tra umano e non-umano.

Se lo spazio, come sostiene Henri Lefebvre⁵, è prodotto da pratiche e relazioni, allora la mappatura arborea non si limita a descrivere la città: contribuisce a produrla. La cartografia degli alberi ridefinisce priorità percettive e politiche.

Lo spaesamento, come suggerisce Franco La Cecla⁶, non è perdita ma apertura di nuove coordinate.

3. Pantopia e curatela diffusa

Michel Serres, con il concetto di pantopia⁷, invita ad attraversare saperi e luoghi senza stabilizzarsi in uno solo. EMoT assume questa postura. Arte, botanica, urbanistica, astronomia, tecnologia digitale e memoria collettiva si intrecciano.

La piattaforma geolocalizzata e la serie di podcast costituiscono un dispositivo narrativo in espansione. Non esiste una forma conclusa del museo: ogni contributo amplia la costellazione curatoriale. La curatela non è voce unica ma processo plurale.

Il museo coincide con una rete. Ogni albero è nodo che connette dati ambientali, racconti, pratiche artistiche e azioni comunitarie.

4. Dallo spaesamento all’attivazione

L’Unheimliche freudiano⁸ descrive ciò che è insieme familiare e perturbante. L’albero urbano incarna questa ambivalenza: presenza quotidiana, spesso invisibile. Quando diviene oggetto curatoriale, ciò che era sfondo emerge come figura.

EMoT trasforma questa dislocazione in pratica. Misurare la circonferenza del fusto per stimarne età e capacità di assorbimento, consultare dati climatici, realizzare micro-habitat per insetti, partecipare a piantumazioni: la conoscenza si traduce in gesto.

La cura non è conservazione immobilizzante ma co-esistenza attiva.

5. Temporalità esposta ed entropia

Il museo tradizionale tende a neutralizzare il tempo. EMoT lo espone. Gli alberi attraversano stagioni, potature, malattie, crisi climatiche. L’istituzione non può promettere permanenza.

Fondata sull’archivio e sulla selezione, l’istituzione museale decide cosa trattenere e cosa lasciare andare. Quando l’oggetto curatoriale è il vivente, questa logica si incrina. Conservare non significa arrestare, ma accompagnare.

Robert Smithson ha descritto l’entropia come condizione inevitabile di ogni costruzione¹⁰. Ogni monumento è già, in potenza, rovina. L’opera non si oppone al tempo: ne è attraversata.

EMoT assume questa condizione. Non conserva l’albero come oggetto, ma ne accompagna il ciclo. Stabilità istituzionale e instabilità biologica coesistono senza risolversi.

Il museo non promette eternità. Accetta il tempo.

6. Il museo come infrastruttura climatica culturale

EMoT può essere inteso come infrastruttura culturale climatica diffusa. Non produce soltanto contenuti, ma ridefinisce comportamenti e percezioni. Ogni albero diviene nodo di una rete che intreccia dimensione biologica, culturale, simbolica, tecnologica e comunitaria.

Assumendo lo spaesamento come condizione generativa, EMoT apre transiti. Attraversa la tensione tra stabilità e instabilità come spazio operativo. Il senso circola; l’istituzione si espone al divenire; il museo continua.

Richard Rorty, riprendendo un’immagine platonica, ricorda che un fuoco o uno zampillo sono processi: esistono nel loro accadere¹¹. Anche l’istituzione, quando accoglie la temporalità del vivente, si configura come evento.

Il museo cresce nella città come un fuoco che si alimenta nel tempo, come uno zampillo che muta forma restando flusso. Gli alberi mantengono il discorso in movimento.

Dal museo-contenitore al museo-metabolismo: Museo moderno → contenitore → oggetto → stabilità. EMoT → metabolismo → vivente → temporalità.

Fig. 2 – Vista tridimensionale del centro storico di Roma con evidenziazione dei nodi arborei EMoT. Elaborazione propria a partire da cartografia digitale, 2026.

Fig. 1 – Filare di platani sul Lungotevere, Roma (tappa 12 del Museo diffuso degli Alberi – EMoT), 2024. Infrastruttura vegetale lineare che mitiga l’isola di calore urbana, assorbe rumore e costruisce continuità ecologica lungo il corridoio fluviale del Tevere. Ph. Davide Palmieri, 2024.

Fig. 4 – Diagramma relazionale della Tappa 1 (Cypress spp., Chamaecyparis): interazione tra dimensione biologica, dati ambientali (USDA Forest Service), narrazione podcast e pratiche partecipative. Elaborazione propria, 2026.

Fig. 5 – Fitolacca, piazza del Campidoglio, Roma, 2024. Relazione tra massa vegetale, monumento e architettura istituzionale. Ph. Davide Palmieri, 2024.

Note

1. T. Bennett, The Birth of the Museum, Routledge, London 1995.

2. E. Hooper-Greenhill, Museums and the Interpretation of Visual Culture, Routledge, London 2000.

3. V.B. Šklovskij, Simile e dissimile. Saggi di poetica, 1916.

4. B. Latour, Reassembling the Social. An Introduction to Actor-Network-Theory, Oxford University Press, Oxford 2005.

5. H. Lefebvre, La production de l’espace, Anthropos, Paris 1974.

6. F. La Cecla, Perdersi. L’uomo senza ambiente, Laterza, Roma-Bari 1988.

7. M. Serres, Pantopie: de Hermès à Petite Poucette, Le Pommier, Paris 2014.

8. S. Freud, Das Unheimliche, 1919.

9. F. Rella, Immagini e testimonianza dall’esilio, Mimesis, Milano 2019.

10. R. Smithson, “Entropy and the New Monuments”, in “Artforum”, vol. 4, no. 10, giugno 1966.

¹¹ R. Rorty, Philosophy and the Mirror of Nature (1979), Princeton University Press, Princeton 1980, cfr. passaggi sul modello processuale eracliteo.

Bibliografia

Bennett T., The Birth of the Museum, Routledge, London 1995.

Freud S., Das Unheimliche, 1919.

Hooper-Greenhill E., Museums and the Interpretation of Visual Culture, Routledge, London 2000.

La Cecla F., Perdersi. L’uomo senza ambiente, Laterza, Roma-Bari 1988.

Latour B., Reassembling the Social. An Introduction to Actor-Network-Theory, Oxford University Press, Oxford 2005.

Lefebvre H., La production de l’espace, Anthropos, Paris 1974.

Rella F., Immagini e testimonianza dall’esilio, Mimesis, Milano 2019.

Serres M., Pantopie: de Hermès à Petite Poucette, Le Pommier, Paris 2014.

Smithson R., “Entropy and the New Monuments”, in “Artforum”, vol. 4, no. 10, giugno 1966.

Šklovskij V.B., Simile e dissimile. Saggi di poetica, 1916. 

R. Rorty, Philosophy and the Mirror of Nature (1979), Princeton University Press, Princeton 1980.