Venezia, 28 marzo – 11 ottobre 2026
Inaugurazione: 27 marzo, ore 18:00–21:00
Ocean Space – Chiesa di San Lorenzo
Con Tide of Returns, la stagione espositiva 2026 di Ocean Space si apre con una mostra che si muove tra arte, politica e cosmologie indigene, ridefinendo il concetto stesso di restituzione culturale. Curata da TBA21–Academy, la mostra nasce dalla ricerca del Repatriates Collective, collettivo ideato da Khadija von Zinnenburg Carroll, e riunisce artisti provenienti da Australia, Pacifico, Europa e America Latina.
Al centro del progetto non vi è semplicemente il tema del rimpatrio, oggi al centro di un dibattito globale, ma la sua trasformazione in un processo vivo, relazionale e profondamente rituale. L’acqua – elemento cardine della ricerca di TBA21 – diventa qui veicolo di memoria, attraversamento e riconnessione tra territori e comunità.

Dal museo come archivio al ritorno come pratica viva
Negli ultimi anni, il rimpatrio delle opere sottratte durante il colonialismo ha assunto una nuova urgenza politica. Dalla restituzione di oggetti namibiani da Berlino nel 2022, fino al ritorno di 174 reperti al popolo Warnindilyakwa nel 2023, si sta consolidando una pressione internazionale che mette in crisi il ruolo storico delle istituzioni museali occidentali.
Tide of Returns si inserisce in questo contesto ma ne sposta radicalmente il paradigma: il ritorno non è solo un atto giuridico o politico, bensì una pratica di cura, un gesto cerimoniale che riattiva legami interrotti. Le celebri Dadikwakwa-kwa, bambole di conchiglia restituite dall’Inghilterra all’Australia, tornano simbolicamente a Venezia insieme a migliaia di nuove forme realizzate per la mostra, trasformando lo spazio espositivo in un campo relazionale.

Cosmovisioni indigene e materialità oceaniche
La mostra si sviluppa nelle due ali della Chiesa di San Lorenzo attraverso installazioni immersive e multisensoriali.
Nell’ala ovest, From My Mother’s Country accoglie il pubblico in un paesaggio fatto di sabbia, suono e migliaia di figure in conchiglia e tessuto. La duna – proveniente dal Golfo di Carpentaria – diventa un archivio vivente, dove canto, materia e memoria si intrecciano. Il suono, secondo le cosmologie aborigene, attraversa l’acqua trasportando conoscenza: la mostra lo traduce in una coreografia percettiva che unisce continenti e genealogie.
Nell’ala est, Weaving Connections di Verena Melgarejo Weinandt si muove su un registro complementare: tessuti blu intrecciati, trecce nere, acqua e gesto performativo costruiscono un dispositivo visivo e sensoriale che riflette su cura, appartenenza e guarigione collettiva. Il video a tre canali documenta un ciclo di azioni – intrecciare, lavare, immergere – che trasforma il tessile in corpo fluido, dove il fiume diventa oceano.
Oltre il postcoloniale: immaginari, stereotipi e violenza culturale
Il lavoro del collettivo non si limita alla restituzione materiale, ma indaga anche la costruzione simbolica dell’alterità. Il progetto a lungo termine di Weaving Connections analizza criticamente come l’immaginario tedesco abbia rappresentato i popoli indigeni, mettendo in luce le continuità tra colonialismo, media e identità nazionale.
In questo senso, Tide of Returns agisce anche come dispositivo di smontaggio: le narrazioni dominanti vengono attraversate e riscritte attraverso pratiche artistiche che uniscono memoria, corpo e territorio.
Il ritorno come ecologia della relazione
Più che una mostra, Tide of Returns è un ambiente cerimoniale. Costruita su gesti di dare e ricevere, invita il pubblico a immergersi nel ritmo delle maree, dove ogni ritorno è anche trasformazione.
Il concetto di restituzione si espande così verso una dimensione ecologica: non riguarda solo gli oggetti, ma le relazioni tra esseri umani, ecosistemi e saperi. In questa prospettiva, il rimpatrio diventa una pratica di sopravvivenza culturale e, al tempo stesso, un esercizio di immaginazione politica.
Nature Speaks: verso i diritti della Laguna
In dialogo con la mostra, la Sala Ricerca ospita Nature Speaks. Listening for Rights of Nature in Venice and Europe, un policy lab che coinvolge ricercatori, attivisti e comunità locali. Il progetto propone il riconoscimento della Laguna di Venezia come entità giuridica, inserendosi nel crescente movimento internazionale per i diritti della natura.
Un passaggio significativo, che collega il tema del rimpatrio a una più ampia ridefinizione delle relazioni tra umano e non umano.
Ocean Space come infrastruttura ecosociale
Con questa mostra, Ocean Space si conferma non solo come spazio espositivo, ma come infrastruttura culturale capace di attivare processi di ricerca, advocacy e immaginazione collettiva. Nel cuore della laguna veneziana, la Chiesa di San Lorenzo diventa così un luogo di convergenza tra pratiche artistiche, ecologie e giustizia globale.
Tide of Returns non offre risposte definitive, ma apre un campo di possibilità: un invito a ripensare il ritorno non come chiusura, ma come movimento continuo, come marea che trasforma.
Caption
Il ritorno non è solo restituzione, ma relazione.
Con Tide of Returns, Ocean Space trasforma il rimpatrio culturale in un atto di cura collettiva, tra cosmologie indigene, acqua e memoria.
Una mostra che non si limita a raccontare il postcoloniale, ma lo attraversa, lo disfa e lo riscrive.
📍 Venezia, Ocean Space
🗓 28 marzo – 11 ottobre 2026
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