Sistemi di costrizione e desiderio di fuga: Rashid Johnson al Guggenheim

Entrando al Solomon R. Guggenheim Museum, nella grande retrospettiva che il museo dedica a Rashid Johnson il vuoto centrale della spirale di Frank Lloyd Wright, ci cattura immediatamente e si rivela come vero campo di tensione del progetto. Johnson non occupa lo spazio come un semplice contenitore espositivo, ma lo attiva come un sistema, trasformando l’architettura in una metafora di ordine, controllo e circolazione dei corpi e delle idee.

L’installazione sospesa che attraversa il vuoto centrale del museo è forse l’immagine più iconica della mostra: piante tropicali che sembrano fluttuare nello spazio, come se fossero finalmente sottratte alla gravità e alla logica della terra. Eppure, a uno sguardo più attento, questa apparente libertà è immediatamente contraddetta. Le piante non crescono liberamente: sono trattenute, incapsulate, sostenute da strutture metalliche che ne determinano posizione, altezza e movimento. Il volo è solo parziale, regolato, amministrato. La natura, pur elevata, resta sotto controllo.

Questo gioco di forze — tra slancio vitale e contenimento — attraversa l’intera pratica di Johnson e trova al Guggenheim una formulazione particolarmente efficace. La spirale modernista, con la sua promessa di fluidità e progresso, diventa il luogo in cui si manifesta una tensione irrisolta: ogni tentativo di crescita, di espansione o di emancipazione è sempre inscritto dentro un sistema rigido di regole, codici e strutture.

All’ultimo piano, dove le piante vengono disposte all’interno di moduli geometrici, il riferimento a Sol LeWitt appare evidente. Tuttavia, se in LeWitt il sistema modulare è spesso espressione di una razionalità quasi neutra, in Johnson la griglia assume un valore politico ed esistenziale. Le piante sono vive, crescono, si espandono, ma lo fanno all’interno di contenitori che ne limitano la direzione e la forma. Non si tratta di una celebrazione del sistema, bensì della sua messa in crisi: la vita insiste, ma non può sottrarsi completamente alla struttura che la governa.

Questo stesso principio si ritrova in uno dei materiali ricorrenti della mostra: il sapone nero. Un materiale carico di significati culturali, storici e simbolici, legato alla cura del corpo e all’igiene, ma anche alla pulizia intesa come norma sociale e disciplinare. Il sapone, volutamente nero, viene spesso compresso, impilato, costretto in forme che ne negano la funzione primaria. Non lava, non si consuma: diventa blocco, peso, volume. È come se Johnson trasformasse un oggetto quotidiano in un segno di resistenza muta, intrappolato tra utilità e astrazione.

In questo senso, la mostra al Guggenheim può essere letta come una riflessione sui codici che regolano l’esistenza contemporanea: codici razziali, sociali, architettonici, culturali. Johnson non li distrugge né li rifiuta apertamente; li assume, li riproduce, li rende visibili, mostrando come anche i gesti apparentemente più liberi siano sempre inscritti in un sistema di vincoli.

Le piante che “volano” nel vuoto del museo non sono simboli di una liberazione compiuta, ma immagini di una tensione continua tra desiderio di fuga e forza di contenimento. Allo stesso modo, i moduli geometrici, le griglie, le strutture metalliche e i materiali compressi parlano di un mondo in cui la vita è costretta a negoziare costantemente il proprio spazio.

In fondo, il lavoro di Rasheed Johnson sembra dialogare implicitamente con la celebre intuizione di Claude Lévi-Strauss, secondo cui le estetiche anticipano le tassonomie. Prima che un sistema venga nominato, classificato e reso norma, esso si manifesta come forma sensibile, come organizzazione visiva del mondo. Le installazioni di Johnson non illustrano un ordine già dato, ma ne fanno emergere la grammatica profonda: griglie, contenitori, moduli e sospensioni diventano il linguaggio attraverso cui un sistema rigido si rende visibile, prima ancora di essere codificato come struttura sociale o politica.

Le piante costrette a crescere entro un perimetro, il sapone compresso in blocchi inerti, la natura elevata ma trattenuta nel vuoto del Guggenheim non sono semplici metafore, ma anticipazioni sensibili di un ordine che agisce sui corpi e sulle vite. Johnson lavora proprio in questo spazio preliminare, dove l’estetica non decora il sistema, ma lo rivela, mostrando come ogni desiderio di libertà sia già inscritto in una forma, in una regola, in una tassonomia in via di costruzione.

di redazione P.F.

📍 Dove

La mostra si tiene al Solomon R. Guggenheim Museum di New York (1071 Fifth Avenue, NY). The Guggenheim Museums and Foundation

📅 Quando

La retrospettiva Rashid Johnson: A Poem for Deep Thinkers è aperta dal 18 aprile 2025 al 18 gennaio 2026. Art Vibes – Let’s share beauty

🌐 Sito ufficiale

Puoi trovare tutte le informazioni sulla mostra, visite, biglietti e materiali curatoriali sul sito ufficiale del museo:
🔗 guggenheim.org/exhibition/rashid-johnson-a-poem-for-deep-thinkers The Guggenheim Museums and Foundation



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