L’8 e il 9 novembre, a Roma, un laboratorio di architettura postumana, una passeggiata con Stalker e una conversazione a Villa Massimo trasformano il Tevere in un luogo di sperimentazione artistica ed ecologica. Con Benedikt Hartl / Opposite Office, Matteo Costanzo / LAB ROMA 050 e Stalker.
E se per immaginare il futuro delle città dovessimo cominciare a guardarle dal punto di vista di chi non è umano?
Un airone che cerca un luogo dove nidificare, una tartaruga che risale la riva, un insetto che abita la vegetazione spontanea. Il paesaggio urbano, osservato attraverso le esigenze di altre specie, cambia improvvisamente significato. Ciò che per noi è uno spazio inutilizzato può essere un habitat; ciò che consideriamo un ostacolo può rappresentare una protezione; ciò che definiamo natura può rivelarsi un sistema complesso di relazioni di cui siamo soltanto una parte.
È da questo spostamento di prospettiva che prende forma Treehouse Protocol – Public Nature Lab, il progetto di Bluecheese Project, a cura di Lara De Angelis e Pierpaolo Fabrizio, che l’8 e il 9 novembre 2026 propone a Roma due giornate di esplorazione, sperimentazione architettonica e confronto pubblico dedicate al futuro del Tevere.
Con Stalker, l’architetto tedesco Benedikt Hartl, fondatore di Opposite Office, e Matteo Costanzo di LAB ROMA 050, il progetto affronta una questione che riguarda sempre più direttamente le città contemporanee: come trasformare il rapporto tra ambiente costruito e sistemi naturali, superando l’idea che il territorio sia uno spazio a esclusiva disposizione dell’essere umano?
Il Tevere, un paesaggio separato dalla città
A Roma il fiume è una presenza continua e, allo stesso tempo, sorprendentemente distante.
Attraversa il centro storico, ne ha determinato la geografia, le attività economiche e le forme dell’insediamento. Eppure, nella percezione quotidiana, il Tevere è spesso qualcosa che si guarda dall’alto, attraversando un ponte o percorrendo i lungotevere, piuttosto che uno spazio da abitare.
La costruzione dei muraglioni, avviata dopo la piena del 1870, ha rappresentato una trasformazione decisiva. La necessità di proteggere la città dalle inondazioni ha prodotto anche una nuova geografia della separazione: il fiume è stato progressivamente sottratto alla continuità dello spazio urbano.
Questa distanza non è soltanto fisica. È anche culturale. Le rive sono state a lungo percepite come luoghi marginali, residuali, talvolta inaccessibili, mentre proprio la loro condizione di confine ha consentito lo sviluppo di vegetazioni spontanee, habitat e forme di appropriazione informale.
Oggi, in una fase segnata dalla crisi climatica, dalla perdita di biodiversità e dalla necessità di ripensare gli spazi pubblici, quella marginalità può essere riletta come una risorsa.
Ma riconnettere il Tevere alla città non significa necessariamente urbanizzarne le sponde o trasformarle in un nuovo spazio di consumo e intrattenimento. Potrebbe significare, al contrario, riconoscere il fiume come un ambiente dotato di proprie dinamiche, temporalità e forme di vita, con cui la città deve imparare a convivere.
È in questa prospettiva che Treehouse Protocol propone il Tevere come un laboratorio a cielo aperto: non uno scenario da riqualificare attraverso un progetto già definito, ma un territorio da osservare, attraversare e interrogare.
Camminare per conoscere: lo sguardo di Stalker
La prima giornata, domenica 8 novembre, si apre con LungoTevere Stalker, una passeggiata esplorativa lungo il fiume.
Nella pratica di Stalker, il camminare non è semplicemente uno strumento di conoscenza del territorio. È una modalità di ricerca artistica che permette di mettere in discussione le rappresentazioni consolidate della città, attraversandone le soglie, gli spazi incerti e le trasformazioni meno visibili.
Il paesaggio non viene osservato come una composizione statica, ma come il risultato di processi storici, sociali, ambientali e biologici in continua evoluzione.
Applicato al Tevere, questo approccio consente di interrogare il rapporto tra la città monumentale e le sue geografie meno riconosciute. Che cosa accade sotto il livello della strada? Quali forme di vita e di uso dello spazio si sviluppano lungo le rive? Quali possibilità di relazione rimangono invisibili dalla prospettiva ordinaria della città?
La passeggiata diventa così il primo momento di un processo di ricerca condiviso: prima di progettare un luogo, occorre imparare a guardarlo diversamente.
Architetture per un mondo senza esseri umani
Il passaggio più radicale del progetto arriva con Nonhuman Stilt Houses: A Posthuman Settlement, il laboratorio di architettura sperimentale condotto da Benedikt Hartl / Opposite Office.
La domanda iniziale è volutamente provocatoria: chi costruirà le case in un mondo senza esseri umani?
Ai partecipanti viene chiesto di immaginare una Roma futura, dopo la scomparsa dell’umanità. Il Tevere continua a scorrere, ma il clima è cambiato, la vegetazione ha modificato il paesaggio e altre specie occupano gli spazi lasciati liberi.
Quali architetture potrebbero emergere in questo scenario?
Ogni gruppo sceglierà un possibile abitante non umano del fiume — un airone, un martin pescatore, una tartaruga, un insetto — e proverà a progettare una struttura a partire dalle sue esigenze.
Non una casa umana in miniatura, dunque, ma un dispositivo spaziale che metta in discussione le nostre convenzioni: un rifugio, un nido, una struttura sopraelevata, un organismo artificiale o qualcosa che non possiede ancora una definizione precisa.
Attraverso legno, materiali di recupero, oggetti trovati ed elementi naturali, i partecipanti realizzeranno collettivamente piccole costruzioni che, riunite, daranno forma a un insediamento immaginario sulle rive del Tevere.
Le superfici argentate e le forme insolite suggerite dal laboratorio evocano un paesaggio quasi fantascientifico: piccoli oggetti architettonici simili a UFO, atterrati in un ambiente che conosciamo e che improvvisamente appare estraneo.
Ma dietro questa dimensione ludica si nasconde una questione molto concreta.
L’architettura è stata storicamente pensata soprattutto per rispondere alle necessità umane. Che cosa cambia quando il progetto assume come punto di partenza i bisogni di altre specie?
Negli ultimi anni, il dibattito sull’architettura multispecie e sulle prospettive postumane ha contribuito a rimettere in discussione la separazione tra natura e artificio, tra costruzione e ambiente, tra esseri umani e altri organismi.
Il laboratorio di Hartl traduce queste riflessioni in un’esperienza materiale e collettiva. Il futuro immaginario diventa uno strumento per interrogare il presente: non si tratta tanto di prevedere come sarà il mondo dopo di noi, quanto di riconoscere quanto il nostro modo di costruire sia ancora condizionato da una visione antropocentrica.
La costruzione delle piccole architetture non è quindi soltanto l’esito di un esercizio creativo. È un modo per sperimentare, attraverso le mani e i materiali, un diverso rapporto con il paesaggio.
Dalla natura come sfondo alla natura come interlocutrice
Il tema attraversa anche una questione più ampia, che riguarda il ruolo dell’arte nei processi di trasformazione urbana.
Per molto tempo la natura è stata trattata nel progetto della città come elemento decorativo, compensazione ambientale o spazio ricreativo. Anche molte operazioni di rigenerazione urbana hanno continuato a considerare il paesaggio principalmente in funzione dell’esperienza umana.
Le prospettive ecologiche contemporanee suggeriscono invece di ripensare questa gerarchia.
Un fiume non è soltanto un’infrastruttura idraulica, una risorsa paesaggistica o un possibile parco lineare. È un ecosistema che attraversa la città e la mette in relazione con territori molto più vasti.
In questo senso, il Tevere offre un punto di osservazione particolarmente significativo: è contemporaneamente patrimonio storico, sistema ambientale, infrastruttura territoriale e spazio pubblico potenziale.
Treehouse Protocol si inserisce in questa complessità senza proporre un modello definitivo di trasformazione. Utilizza piuttosto gli strumenti dell’arte, dell’architettura sperimentale e della partecipazione per aprire domande che difficilmente trovano spazio nei processi ordinari di pianificazione.
La dimensione temporanea delle attività è parte di questa scelta. Una passeggiata, un laboratorio di autocostruzione, una conversazione pubblica non modificano strutturalmente il territorio, ma possono modificare il modo in cui viene percepito e immaginato.
E forse è proprio qui che le pratiche artistiche possono offrire un contributo specifico: non sostituendosi all’urbanistica o alle politiche ambientali, ma rendendo visibili possibilità che il linguaggio tecnico, da solo, fatica a rappresentare.
Future Landscapes: una conversazione a Villa Massimo
Lunedì 9 novembre il progetto si sposta all’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo, dove alle 15.00 è in programma Tea Time: Future Landscapes – Architecture, Nature and Posthuman Futures.
La scelta di un incontro informale, intorno a un tè, risponde alla volontà di costruire uno spazio di confronto aperto, lontano dalla rigidità del convegno tradizionale.
Tra i padiglioni e il giardino dell’Accademia, Benedikt Hartl, Matteo Costanzo / LAB ROMA 050 e Stalker metteranno in dialogo prospettive differenti sul futuro del paesaggio urbano, insieme alla comunità artistica di Villa Massimo.
Da una parte, la sperimentazione architettonica e l’immaginazione di scenari postumani; dall’altra, la riflessione sulle trasformazioni della città contemporanea e le pratiche di esplorazione territoriale.
Il confronto parte dall’esperienza romana ma si apre a questioni internazionali: il ruolo delle infrastrutture verdi e blu, la relazione tra progetto e biodiversità, le possibilità di un’architettura capace di dialogare con i sistemi ecologici e il contributo delle pratiche artistiche alla costruzione di nuove visioni collettive.
La presenza di Opposite Office e la collaborazione con Villa Massimo introducono inoltre una dimensione di scambio tra contesti culturali e progettuali differenti.
Non si tratta di trovare una risposta univoca alla domanda su come sarà la città del futuro, ma di confrontare modi diversi di immaginarla.
Il futuro del Tevere comincia da un cambio di prospettiva
Il valore di Treehouse Protocol risiede soprattutto nella possibilità di tenere insieme due dimensioni che spesso vengono affrontate separatamente: l’urgenza concreta delle trasformazioni ambientali e la necessità di costruire nuovi immaginari.
La crisi ecologica non richiede soltanto tecnologie, infrastrutture e strumenti di gestione. Richiede anche una trasformazione culturale del nostro rapporto con lo spazio e con gli altri esseri viventi.
Immaginare una casa per un airone, attraversare una riva dimenticata o discutere il futuro del paesaggio intorno a un tavolo possono sembrare gesti piccoli rispetto alla scala dei problemi.
Eppure hanno qualcosa in comune: sospendono, almeno temporaneamente, l’idea che la città debba essere progettata esclusivamente a nostra misura.
Forse ripensare il Tevere significa proprio questo: smettere di considerarlo uno spazio da restituire soltanto agli esseri umani e cominciare a immaginarlo come un luogo da condividere.
Treehouse Protocol – Programma e informazioni
8 novembre 2026 | Il Tevere come laboratorio
Parco d’Affaccio di Lungotevere delle Navi, Lungotevere delle Navi 20, Roma.
Ore 10.00 – LungoTevere Stalker
Passeggiata esplorativa con Stalker dedicata alla storia del rapporto tra Roma e il Tevere, alle trasformazioni del paesaggio fluviale e alle possibilità di riconnessione tra fiume e città.
Ore 11.30 – Nonhuman Stilt Houses: A Posthuman Settlement
Laboratorio di architettura sperimentale con Benedikt Hartl / Opposite Office. Progettazione e autocostruzione collettiva di piccole strutture sopraelevate destinate a immaginari abitanti non umani del Tevere.
Il laboratorio è rivolto in particolare ad architetti, designer, artisti, studenti e creativi under 35, ma è aperto a tutte le persone interessate. Si svolgerà in inglese con traduzione in italiano. Durata flessibile.
Prenotazione gratuita obbligatoria:
https://www.eventbrite.it/e/2004059286273?aff=oddtdtcreator
9 novembre 2026 | Future Landscapes
Accademia Tedesca Roma Villa Massimo, Largo di Villa Massimo 1–2, Roma.
Ore 15.00 – Tea Time: Future Landscapes – Architecture, Nature and Posthuman Futures
Conversazione informale tra Benedikt Hartl / Opposite Office, Matteo Costanzo / LAB ROMA 050 e Stalker, in dialogo con la comunità artistica dell’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo.
Prenotazione gratuita obbligatoria:
https://www.eventbrite.it/e/2004059685467?aff=oddtdtcreator
Treehouse Protocol – Public Nature Lab è un progetto di Bluecheese Project APS ETS, a cura di Lara De Angelis e Pierpaolo Fabrizio.
Realizzato con il sostegno della Regione Lazio, nell’ambito del Programma delle iniziative della Regione Lazio per la valorizzazione del Fiume Tevere.
Con il patrocinio dell’Assessorato all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei rifiuti di Roma Capitale.
In collaborazione con l’Accademia Tedesca Roma Villa Massimo.
immigini dall’opera Treehose di Bendikt Hartll | Opposite Officie

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