Presentato come preview del festival Sempre più Fuori, il progetto è tornato a Roma dal 25 al 30 maggio 2026 attraversando il Verano e gli spazi del Policlinico Umberto I in una versione profondamente site-specific pensata per la città.
Noi ci siamo stati ieri sera.
Ed è difficile raccontare Remote Roma come semplice spettacolo teatrale o audiowalk, perché il dispositivo costruito da Rimini Protokoll – Stefan Kaegi agisce lentamente sul corpo, sul ritmo del gruppo e sul modo stesso di guardare la città.

Tutto inizia con un paio di cuffie. Una voce artificiale — a metà tra navigatore GPS, algoritmo e presenza invisibile — guida cinquanta partecipanti attraverso un percorso urbano di circa cento minuti. Ma, man mano che il cammino procede, quella voce smette di essere soltanto istruzione tecnica e diventa qualcosa di ambiguo: presenza intima, regia collettiva, coscienza esterna.
La forza di Remote Roma sta proprio in questo slittamento continuo tra controllo e libertà.
Le persone iniziano a muoversi come un organismo temporaneo: attraversano viali, osservano passanti, si fermano attorno a una fontana, percorrono corridoi ospedalieri, guardano gli altri partecipanti come fossero contemporaneamente sconosciuti e compagni di viaggio.
Il Verano diventa allora qualcosa di diverso da un semplice luogo monumentale.
La sua monumentalità silenziosa, le architetture funerarie, gli alberi, le prospettive e le presenze invisibili costruiscono uno spazio sospeso tra memoria, rituale e coreografia urbana.
Uno degli aspetti più interessanti del progetto è infatti il modo in cui Rimini Protokoll riesce a trasformare elementi ordinari della città in materiale performativo.
Il traffico, i rumori, i semafori, i corpi dei passanti, perfino le esitazioni del gruppo iniziano a sembrare parte di una sceneggiatura invisibile. La città non viene rappresentata: viene ri-programmata percettivamente.
Da oltre vent’anni, il collettivo berlinese composto da Stefan Kaegi, Helgard Haug e Daniel Wetzel lavora proprio su questo confine tra teatro documentario, spazio urbano, installazione sonora e partecipazione collettiva.
Con il format Remote X, già presentato in città come Berlino, New York, Santiago, Parigi e Taipei, Rimini Protokoll ha costruito una delle esperienze più radicali del teatro immersivo contemporaneo: un dispositivo in cui il pubblico non assiste semplicemente a qualcosa, ma diventa esso stesso immagine, massa, coreografia sociale.
A Roma questa dimensione assume però una qualità particolare.
L’attraversamento dal cimitero all’ospedale produce infatti una tensione fortissima tra morte, cura, corpo collettivo e infrastruttura urbana. Il percorso sembra trasformarsi progressivamente in una riflessione sul rapporto tra individuo e sistema, tra autonomia e obbedienza, tra esperienza personale e comportamento algoritmico.
Non è un caso che Remote Roma risulti oggi ancora più attuale rispetto alle prime versioni del progetto.
Nel 2026 viviamo immersi in interfacce vocali, sistemi di navigazione, AI generative e dispositivi che orientano continuamente movimenti, attenzione e decisioni quotidiane. Rimini Protokoll sembra intercettare proprio questa condizione contemporanea: la normalizzazione della delega percettiva alle macchine.
Eppure Remote Roma non assume mai toni moralistici o distopici.
Al contrario, il progetto lascia emergere anche una forma inattesa di comunità temporanea. Per circa cento minuti, cinquanta sconosciuti imparano a muoversi insieme, a osservare insieme, a sincronizzare sguardi, esitazioni e gesti minimi.
Forse è proprio questo uno degli aspetti più potenti dell’esperienza: mostrare come una tecnologia apparentemente fredda e impersonale possa produrre, paradossalmente, nuove forme di attenzione condivisa e di presenza collettiva nello spazio urbano.
Caption
Una voce artificiale guida cinquanta persone attraverso il Verano e il Policlinico Umberto I.
Ma Remote Roma di Rimini Protokoll e Stefan Kaegi è molto più di un’audiowalk: è un’esperienza immersiva che trasforma Roma in un film collettivo tra AI, rituale urbano, memoria e percezione condivisa.
PiuVolume racconta una delle esperienze performative più radicali e potenti viste a Roma negli ultimi mesi.
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